Perchè nasce una associazione? – di Raffaella Milandri

I motivi per cui si decide di creare una nuova associazione sono molteplici. Normalmente la idea di creare una nuova associazione viene a più persone legate da ideali comuni, e/o da amicizia. Il motivo principe dovrebbe sempre essere quello di mettersi al servizio della comunità e delle fasce sociali più deboli, di perorare una causa per i diritti umani, di divulgare e sensibilizzare su problematiche poco dibattute, o ancora di dedicarsi alla cultura e all’educazione. Il mettersi al servizio della comunità dovrebbe essere svolto con umiltà, passione e dedizione, mettendo sempre il “noi” al posto dell’ “io”. Dovrebbe essere assolutamente gratuito, senza andare in cerca di visibilità personale o di scambi di favori.

In realtà, in questa epoca di individualismi, molti fondano una associazione perchè preferiscono avere il proprio “orto” dove seminare e raccogliere i frutti, anzichè supportare una associazione già esistente, che magari ha gli stessi scopi. La molla è spesso la convinzione di poter fare meglio di altri, cosa che alle volte può sembrare facile. Altre volte, la molla può essere la voglia di potere decisionale, foss’anche solo su un nucleo ristrettissimo di persone. Altre volte ancora, la molla può essere la volontà di accedere a fondi, siano essi regionali, europei o di fondazioni private, per gestire denaro e strutture fino a far diventare la associazione una vera e propria “azienda”, con dipendenti e uffici. Infine, ci sono associazioni e Onlus che camuffano delle vere e proprie imprese.

A proposito di individualismi, in Italia le associazioni sono, in base al primo rapporto del Csvnet pubblicato nel 2015, oltre 44.000. Sicuramente molte possono essere sovrapponibili sia negli intenti che nella area geografica di influenza. Un pò di numeri: la maggior parte delle associazioni (55%) opera nel campo dell’assistenza sociale (11.812) e della sanità (9.098). Solo il 4% ha un presidente con meno di 35 anni. L’età media dei volontari è di 48 anni. Ma in realtà le cifre del 9° Censimento dell’industria e dei servizi sono più complete e ben diverse: 301mila istituzioni non profit, inclusive di associazioni di cui 201.004 non riconosciute e 68.349 riconosciute, poi cooperative sociali (11.264), fondazioni (6.220) e altre forme minoritarie (comitati, ecc..). Per un totale di 957.000 lavoratori.

Di tutte queste associazioni, quante fanno “network”, ovvero collaborano per perseguire gli stessi obiettivi? E quante si tengono in contatto per scambiarsi informazioni utili? Un grosso problema è che, al di là delle ONG più conosciute, veri colossi che hanno uffici e diramazioni capillari in diverse nazioni, sono molte le piccole e medie associazioni che si trovano ad operare nello stesso territorio e con lo stesso fine non solo in Italia, ma anche all’estero. Senza che ci sia il dialogo necessario per ottimizzare tempi e, soprattutto, costi. Quando ad esempio nel 2012 mi dedicavo-come attivista dei diritti umani, poichè la Omnibus ancora non esisteva-alla causa dei Pigmei Bakà in Camerun, scoprii che una associazione di miei amici operava proprio in Camerun, a pochi chilometri dalla area dove io volevo inviare aiuti e viveri; ma ahimè non fu possibile collaborare: avrei dovuto organizzare una mia spedizione dall’Italia con pesanti costi, anzichè usare come basi i campi dove loro erano già attivi. Queste sono le contraddizioni della beneficenza e degli aiuti solidali: la mancanza di network spesso decuplica i costi, che vanno a gravare sulle donazioni.

Tutto ciò non vuol dire che tante associazioni non facciano cose meravigliose e aiutino concretamente moltissime persone, o divulghino importanti iniziative culturali, o supportino la gioventù con lo sport, e tante altre cose ancora.

Molti dei volontari sono animati da vero spirito umanitario e sono alla base di un concreto associazionismo. Molti dei volontari sacrificano il proprio tempo per aiutare il prossimo. Taluni, dalla parte opposta, partecipano invece solo per prendere meriti e per pavoneggiarsi dell’essere “volontari”. Come ovunque, i buoni e i cattivi esempi si rincorrono e si fronteggiano: a noi vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

 alcuni-soci-omnibus-con-il-responsabile-onu-italia-fabio-graziosi

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